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Notizie storico-geografiche


Partendo dal bivio stradale che, a circa 2 km dallo scalo ferroviario di Soverato, si distacca dalla strada litoranea jonica e salendo per circa 10km, si giunge all'abitato di Davoli, situato alle falde nord-orientali del monte Trematerra (1231 in), nell'alta valle del torrente Pegade che scarica le sue acque nel fiume Ancinale per poi sfociare nel golfo di Squillace a sud di Soverato.
Il territorio del nostro comune, la cui superficie è di 3496 ettari (25,73kmq), si estende sulla linea del mare per un tratto di circa 5 km, delimi­tato a destra dal torrente Ancinalesco (affluente di destra del fiume Ancinale) e dal torrente Melis, che lo separano rispettivamente a nord dal territorio di Satriano e a Sud da quello di San Sostene e interessa la zona compresa tra i bacini di raccolta del vallone Sisto e del torrente Sciarra e le località Riace e Dirupato, ad occidente dall'abitato di San Sostene.
Questo territorio sale in profondità verso la cresta montana per circa 30 krn fino al monte Serè confinante con il comune di Cardinale. L'abitato si trova quindi su una collina a 400 m sul livello del mare e dista 45 km da Catanzaro.
Il territorio è diviso in tre sezioni: la marina, la collina e la montagna, aventi ciascuna conformazioni e caratteristiche diverse.
Le origini del nostro paese non possono stabilirsi con dati storici precisi perché nessun documento viene conservato in proposito; pare comunque certa l'origine greca perché greci sono i nomi che portano alcune località e contrade.
Pare che anticamente Davoli fosse chiamata Daulis, nome che derivereb­be da Daulia, città della Focide tra Delfo e Balia, da dove sarebbero venuti i suoi fondatori.
Recenti ed accreditati studi, surrogati dalla toponomastica e da una sin­golare conformità dei luoghi alla descrizione omerica, ipotizzano che questo territorio si identifichi con quello dei Feaci, che accolsero Ulisse dopo il naufragio.
E' accertato che nella zona marina si erano insediati diversi nuclei di popolazioni formanti piccole colonie che avevano abitudini e costumi diversi:
"Pecoradani" oggi Pecorellame (epicurei) era una contrada abitata da una colonia sibaritica che viveva alla maniera epicurea.
Marincola, altra colonia di pescatori da cui il nome "maris incola".
Melandrano (a metà strada tra la marina e la collina) dal greco "melos aner" era il centro più popolato.
Rhitis, fondata dai greci, era dotata di un porto "Rbiteus", che era consi­derato il più sicuro del litorale jonico. In seguito tale porto fu detto Porto Nuovo a differenza del vecchio porto di Soverato "Poliporto". Ancora oggi la pianura in cui si crede sorgesse l'antica città si chiama Ariti o pianura di Porto Nuovo.
Intorno all'anno 1000 , gli abitanti di queste colonie di pescatori e agricoltori, respinti dalla malaria e dalle incursioni saracene, risalirono più in alto e fondarono l'attuale centro abitato. Qui la tradizione apre il passo ad una leggenda; un giorno i superstiti di un eccidio saraceno, guidati da una bellissima fanciulla di nome Savina, si portarono più a monte fermandosi su una ristretta pianura e piantarono i loro attendamenti, che furono mobili per oltre un secolo fino a quando la dimora non divenne sicura e si iniziò la costruzione delle prime abitazioni dell'attuale paese.
Il piccolo pianoro, in onore della eroica condottiera, fu chiamato Savino o Sabina e venne eretto un tempietto in onore di Sant'Angelo, del quale esistono i ruderi e nelle cui vicinanze si trova una fontana detta appunto "Fonte da Savina".
Il paese si è andato sempre più ingrandendo e verso il 1300, col sorgere della prima chiesa di Santa Caterina, acquistò fisionomia e carattere di comunità omogenea. Il nucleo urbano si sviluppò successivamente nella zona di Santa Barbara e di San Pietro (anno 1500), quando, secondo documenti storici, la popolazione fu tassata per 104 fuochi (1532) e costituiva il Casale di Satriano di cui seguì le vicende sottostando dapprima ai signorotti di Squillace e poi, quando Satriano fu autonoma, ai Rivaschiera, che lo tennero fino al 1806, data di eversione dalla feudalità.
Nel 1571 il suo castellano era il caporale Jacopo Antonio Magalli, cui succedette il caporale Vincenzo Romeo. E' questo il periodo in cui il nostro territorio fu meta di nobili, dotti e clero che arricchirono Davoli di palazzi maestosi e la Marina di sontuose dimore di villeggiatura, punto d'incontro per i giovani dell'epoca che frequentavano rinomate scuole di medicina, di diritto, di fisica.
L'ordinamento amministrativo, disposto per la Calabria dal generale Championnet nel 1799, lo comprendeva nel dipartimento della Sagra, cantone di Satriano.
I francesi, con la legge del 19 gennaio 1807, ne fecero un luogo, cioè università, nel cosiddetto governo di Satriano.
Con la istituzione dei Circondari e dei Comuni, divenne capoluogo di un Circondano, comprendente i comuni di Satriano, San Sostene e Sant'Andrea, che veniva mantenuto nel riassetto regionale dato dai Borboni con la legge del I maggio 1816, istitutiva delle due province di Catanzaro, in sostituzione di Monteleone, e di Reggio.
Davoli subi danni gravissimi durante il terribile terremoto del 1783, in cui perirono numerosi cittadini.
Nell'archivio della parrocchia di Santa Barbara sono conservati vecchi libri, pieni di polvere ma molto importanti.
 C'è, tra l'altro, un foglio ingiallito contenente un elenco (1791) degli uomini più ricchi di Davoli che dovevano pagare una tassa per la ricostruzione della nave "Ruggiero", appartenente al re di Napoli, che si era bruciata. Ecco
l'elenco:
1) Don Antonio Gregoraci: rendita annua 1491 once;
2) Don Gennaro Tucci (sindaco di Davoli) 1011 once;
3) Don Giuseppe De Barberis;
4) Don Saverio Badolisani,
5) Don Giuseppe Caterisani;
6) Don Vitaliano Salvia.
In quel periodo, per essere considerati benestanti, bisognava avere una rendita di 133 once. Un'oncia valeva 6 ducati.
Intorno al 1810 la situazione sanitaria della Calabria non era certo felice:
reumatismi, pleurite, tifo, affezioni biliari, ma la malattia più diffusa era la malaria. A gran voce i Consigli Provinciali reclamarono la costruzione di ospedali. Fu proprio in quel periodo che funzionò in Davoli un ospedale "Santa Maria della Misericordia", amministrato dall'arciprete con una rendita annua di 60 ducati.
Esisteva anche, sempre nell' '800, un monte di pietà, che con lo scopo di soccorrere i cittadini poveri, offriva mutui ad un basso tasso di interesse, arrecando così un sensibile vantaggio ai modesti contadini. La sua rendita era di 80 ducati, piuttosto modesta rispetto alla rendita di altri monti di pietà esistenti a Tropea (500 ducati), Palmi (400 ducati), Reggio e Policastro.
Un altro istituto di beneficenza era costituito dai "maritaggi": nella chiesa di Santa Barbara si trovano diversi elenchi da cui risulta che le famiglie benestanti elargivano somme di denaro in favore di ragazze povere, in età di marito.
Fra le notizie storiche vogliamo includere anche quelle riguardanti alcune attività che erano molto fiorenti nel passato:
- una era quella dell'allevamento del baco da seta. Per la grande quantità, il bozzolo si misurava in tomoli e vi erano delle famiglie che dalla propria industria ricavavano fino a 70 tomoli di bozzolo pari a 954 kg;
- un'altra era quella dell'estrazione del quarzo, i cui giacimenti si trova no nella località "Trono ". I contadini la chiamavano "terra bianca". I chimici ed i geologi si accorsero che si trattava di una consistente lente quarzifera, e le analisi eseguite dai professori Rebuffat del politecnico di Napoli ed Higler e Kramer di Berlino, accertarono trattarsi di qualità purissima, senza ferro. Nel 1935 si cominciò lo sfruttamento industriale dei giacimenti. A scoprire il minerale era stato nel 1930 l'ing. Bruno Misefari, il quale con alcuni industriali romani costitui la "S.p.A. Davoli Quarzo e Silice". Si estraevano 30.000 ton­nellate di minerale all'anno, con una teleferica lunga 3 km, raggiungeva la stazione ferroviaria di Satriano, da dove, con i trenini della Calabro-Lucana, veniva portato agli stabilimenti di macinazione e da qui veniva spedito per il centro ed il nord Italia. I migliori acquirenti erano il laboratorio di precisione dell'esercito di Roma, la società Venini di Murano e la Richard Ginori. Alla fine della guerra, per vari motivi, la società entrò in crisi e fu costretta a chiudere.
Di quarzo ce n'era e ce né ancora: bisogna trovare il modo per utilizzarlo, magari sfruttandolo e lavorandolo in loco, creando delle industrie del vetro e della ceramica.

 

 

 

 

Tutte le informazioni, le foto e le poesie sono state gentilmente concesse da alcuni paesani , ne è pertanto vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione.
Copyright © 2000-2005" La piazza di Davoli " di Stefano Procopio. Tutti i diritti riservati.